Agli inizi dell'autunno del 1918, oltre le difficoltà di reinserimento dei reduci ed i problemi quotidiani dovuti alla mancanza di generi alimentari, si abbatté sul nostro paese “la spagnola”, un’epidemia che fece ben 375.000 vittime in Italia (oltre venti milioni in tutto il mondo). Si trattava di una forma influenzale dovuta ad un virus che aggrediva i polmoni in forma molto spesso mortale. I sintomi consistevano in febbre alta, dolori muscolari, tosse ed insufficienza cardiaca.

Così scriveva il parroco di Piazzatorre don Clemente Manzoni: “La malattia si presentava con dolori al capo e si sviluppava in polmonite. Era molto infettiva e colpiva maggiormente quelli dai 15 ai 40 anni d’età. Ogni casa aveva il proprio ammalato e non uno solo, ma due o tre, e parecchie erano le famiglie totalmente colpite. Ogni odio era deposto e i guariti si facevano premura di portar soccorso ai più bisognosi. Se la morte non capitava entro i primi dieci o dodici giorni si poteva sperare in una guarigione, ma mesi e mesi durava la convalescenza. Non lasciava più nessuna forza muscolare, niente appetito, e i vecchi, per i quali era più benigna, uscivano dalla spagnola così abbattuti che ad ogni minimo raffreddore soccombevano per deficienza cardiaca o per bronchite”.

Non esistendo una cura specifica, l’unico consiglio era di tenere gli ammalati isolati per evitare il contagio e di disinfettare gli ambienti.

E misteriosamente com’era apparsa, la malattia verso la fine dell'anno si dileguò senza lasciare tracce e senza che gli scienziati che ancora oggi la studiano siano riusciti a scoprirne le cause.

Ultimo aggiornamento

01/04/2020, 16:38

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