A fare il carbonaio si cominciava presto, a 11 o 12 anni, come garzone al seguito della squadra (6-7 uomini) che partiva per la campagna annuale. Qualcuno si portava la famiglia: le donne preparavano da mangiare e trasferivano la legna a spalla dai punti di taglio allo spiazzo in cui sarebbe sorto il poiàt, la carbonaia, e poi trasportavano, sempre a spalla, i sacchi di carbone a valle.

Nel bosco non c’erano costruzioni, si viveva in minuscole capanne di legno e frasche, risparmiando su tutto, mangiando polenta e formaggio o minestra di lardo per non sprecare soldi preziosi da riportare a casa. Una volta montata la capanna, i carbunér liberavano lo spiazzo destinato alla carbonaia di sassi e radici, e innalzavano al centro della spianata, un po’ convessa per eliminare l’acqua, un palo di diversi metri di altezza. A questo punto la legna tagliata lungo le pendici del bosco doveva essere portata sullo spiazzo a spalla, con l’aiuto di rami biforcuti e sistemata in verticale attorno al palo, in un equilibrio da manuale.

Occorreva una settimana per “vestire” il poiàt: innanzitutto, la legna più consistente andava tagliata e incastrata su più strati sovrapposti, a formare un blocco compatto e senza spiragli; quindi si utilizzavano prima i pezzi più sottili, seguiti da foglia e fieno, per preparare la “vestina” del poiàt. Con i rametti più piccoli si formava un cerchio alla base della catasta e con la terra si ricopriva il tutto. Tolto il palo centrale, se il lavoro era stato fatto a regola d’arte, tutti i legni rimanevano al loro posto, sostenendosi a vicenda, e la carbonaia era pronta per cuocere.

Gettati dei tizzoni ardenti nel foro lasciato libero dal palo, il processo di combustione aveva inizio, e poteva durare dai sei ai nove giorni. Durante il processo occorreva dare periodicamente aria alla parte interna del poiàt praticando dei fori nella copertura, e sopperire con piccoli ciocchi ai vuoti causati dal prosciugamento della legna. Tali procedimenti dovevano avvenire ad intervalli regolari di 4/5 ore, durante il giorno e la notte, ed erano detti imbocà ol poiàt.

Terminata la carbonizzazione, il cumulo veniva aperto a palate con delicatezza, per cercare di separare la terra dai pezzi di carbone che dovevano essere il più possibile integri, per aumentarne il valore. Lasciato raffreddare completamente il carbone, esso veniva insaccato e trasportato verso le piazze di mercato per essere venduto. Il carbone era pagato a peso, ma bisogna tener presente che per produrre 15 quintali ne occorrevano ben 100 di legna.

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