Da numerosi documenti si può dedurre che a Piazzatorre già dal ‘500 esistevano proprietari privati, anche se non nativi del luogo: i Dominoni, i Renovi, i Maisis e soprattutto i Mascheroni da Olmo al Brembo, che fin dal ‘200 possedevano gran parte delle proprietà fondiarie di Piazzatorre. Nel ‘300 alcune famiglie del paese acquistarono ed ottennero in affitto perpetuo una piccola parte di questi estesi possedimenti. Una di queste transazioni è registrata in un atto del 28 luglio 1330 con il quale Martino detto Donzello fu Giacomo dei Mascheroni concesse in enfiteusi perpetua (l’enfiteusi è quel rapporto in forza del quale il proprietario concede il diritto, perpetuo o di lunga durata, di utilizzazione di un fondo agricolo con l’obbligo di migliorarlo e di pagare un canone periodico) ai fratelli Giovanni e Pietro Renovi di Piazzatorre due pezze di terra con stalla sul Pegherolo e la tren­tesima parte del bosco del Cavallo per la somma di 20 soldi imperiali, da pagarsi alla successiva festa di San Martino, oltre a un soldo grande all’anno in perpetuo a titolo di fitto. Altre due pezze di terra furono vendute il 9 dicembre 1340 dallo stesso Martino a Vitale Dominoni di Piazzatorre. La parte più cospicua dei terreni fu concessa dai Mascheroni in enfiteusi collettiva al comune di Piazzatorre e ai componenti delle tre famiglie originarie del luogo: gli Arioli, gli Arizzi e i Maisis; ma nel Quattrocento i rapporti tra la proprietà e gli affittuari si guastarono, sia perché i boschi e i terreni non erano coltivati e mantenuti a dovere e probabilmente anche perché si verificavano troppo frequenti ritardi e dilazioni nel pagamento dei canoni d'affitto. In questo contesto s’inserisce l’atto rogato il 28 gennaio 1465 dal notaio Luchino fu Martino Bottagisi di Averara con il quale l'insieme dei vari discendenti dei fratelli Bono e Simone Mascheroni, comproprietari dei fondi in questione, si costituirono a vicenda sindaci, procuratori e difensori, affinché ciascuno potesse opera­re a tutela degli interessi degli altri, sia per le questioni in corso che per quelle a venire. L’atto accenna, senza tuttavia indicarne le cause, ad una lite in corso con gli uomini di Piazzatorre in merito alle loro proprietà e ad una causa imminente sempre sulla stessa questione.

La controversia fu risolta il 22 gennaio 1473 con un atto del notaio Simone fu Bonetto Donati di Piazza, che determinò una transazione amichevole tra i Mascheroni da una parte e il Comune e gli uomini di Piazzatorre dall'altra: questi ultimi ottennero di poter godere in perpetuo dei boschi che avevano in affitto per ricavarne legname da utilizzare per la costruzione di case e stalle, o legna da ardere e da utilizzare per produrre calce e carbone, a proprio vantaggio o per i residenti sul territorio di Piazzatorre. Per parte loro i Mascheroni si riservavano il diritto di recidere e tagliare a loro discrezione detti boschi e vendere il legname fuori paese e di disporre a piacimento di eventuali giacimenti minerari che si fossero rinvenuti sulle loro proprietà. Tale accordo resistette per novant'anni, ma alla fine dovette essere rivisto perché i beneficiari avevano iniziato ad accampare diritti di proprietà sui fondi suddetti. E così il 17 gennaio 1562, a Bergamo, le parti giunsero a un accordo definitivo con il quale i Mascheroni cedettero ai sindaci e agli uomini di Piazzatorre tutti i diritti sui boschi (di faggio, peghera e qualsiasi altro genere) situati entro i confini di del comune.

In cambio dei diritti il Comune e gli Originari di Piazzatorre (in tutto 72 capofamiglia, oltre ai tre sindaci del comune) versarono ai Mascheroni la somma di 11.340 lire imperiali. Quest’atto sancì la nascita della Società degli Antichi Originari di Piazzatorre, che assieme al Comune è ancora oggi proprietaria di gran parte dei boschi della zona (citazioni tratte dal testo “Olmo al Brembo nella Storia”). Essi non solo avrebbero goduto, tutti insieme, il prodotto dei pascoli e dei boschi, ma sarebbero entrati in possesso anche della Chiesa parrocchiale e con i redditi della proprietà collettiva avrebbero provveduto alle spese principali della comunità.
Questa situazione amministrativa durò quasi tre secoli, fino al 1806.

Il 5 dicembre 1822, con un atto di transazione stipulato tra gli Antichi Originari e il Comune, “…gli Originari retrocedevano al Comune i beni controversi (boschi e pascoli) sotto la espressa condizione, dal Comune accettata, che le rendite dei beni medesimi dovessero servire a provvedere a tutte le spese inerenti all’amministrazione del Comune di qualsivoglia natura, e gli avanzi, che dedotte queste spese si verificassero, dovessero distribuirsi con giusto riparto sopra ciascun individuo in tutte le famiglie, le quali all’evenienza del caso si trovassero ad avere lo stabile incolato nel Comune (nel diritto romano, chi aveva domicilio presso una comunità diversa da quella di origine, dal latino incolore, abitare, risiedere); se le rendite non fossero state sufficienti a far fronte alle spese, si avrebbe dovuto supplire all’eccesso coi mezzi che la legge prescrive nel proposito…” (Deliberazione Consigliare 11 Agosto 1894).

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